Comunismo in Cina

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Come già detto nella pagina precedente,nel 1921 il Partito comunista cinese venne fondato a Shanghai.
La rivoluzione comunista, si pensava, doveva essere preceduta da una rivoluzione democratico-borghese, che avrebbe spazzato via ogni residuo di feudalesimo e gettato le basi di un’economia moderna.
Inevitabilmente questa posizione portò alla ricerca di un’ accordo con Sun Yat-sen che nel 1917 a Canton aveva organizzato un proprio governo e rimesso in piedi il suo partito, il Guomindang;intanto in Cina l’aurtorità centrale aveva grossi difficoltà,specie dopo la morte di Yuan Shikai,cadeva a poco a poco nelle mani di banditi e signori della guerra.
Nel gennaio 1923 Sun Yat-sen si decise a incontrare il delegato sovietico Ioffe e ne scaturì la dichiarazione Sun-Yoffe: i sovietici ammettevano l’impossibilità di instaurare per il momento un governo comunista in Cina e si impegnavano a dare tutto il loro appoggio alla realizzazione dell’indipendenza e dell’unità nazionale del paese. Poco dopo il Manifesto programmatico del Congresso del Guomindang, affermava tre indirizzi politici: alleanza con l’Unione Sovietica, cooperazione con i comunisti e aiuto ai contadini e agli operai.
Finché fu in vita Sun Yat-sen, comunisti e nazionalisti lavorarono assieme per portare a termine quella che l’organizzazione Internazionale dei partiti comunisti,giudicava una rivoluzione democratico-borghese.
Nel 1927, però,Jiang Jieshiriuscì a conquistare il potere sul governo di Canton e sul Guomindang,ed a discapito di Sun Yat-sen attuando un sistematico massacro dei comunisti e dei militanti della sinistra del suo stesso partito. Il costo in termine di materiale e di vite umane pagato dal PCC fu assai elevatissimo.
Ebbe inizio la guerra civile cinese, che gli storici comunisti suddividono in tre fasi: la prima guerra civile rivoluzionaria (1927-1930), la seconda guerra civile rivoluzionaria (1930-1937) e la terza guerra civile rivoluzionaria (1947-1950). Il PCC fu attraversato da un’intensa lotta fra due linee, mentre Mao Zedong, allora un membro del Comitato Centrale, cercava di far prevalere la propria linea militare su quella giudicata di destra e su quella degli esponenti comunisti più o meno vicini al trockijsmo.
Obiettivamente, bisogna constatare che fu la tattica maoista della guerra popolare a concedere al PCC la vittoria, contro invece le tattiche trockijste che preferivano una più rapida occupazione delle città. I meriti militari di Mao, non a caso, sono riconosciuti anche dai suoi detrattori.
Mao
Nel 1931 venne creata la Repubblica Sovietica Cinese, di cui Mao divenne presidente. In questo periodo, tuttavia, il PCC era lacerato da una furiosa lotta intestina fra la linea di Li Lisan – successivamente di Wang Ming, segretario ad interim dal giugno 1931 – e quella di Mao. Addirittura, nel gennaio 1932, Mao fu definito opportunista di destra e gretto empirista, e nel 1934 perse le sue funzioni principali.
Sempre nel 1945, dopo essere stato per lungo tempo spogliato di tutte le funzioni, trionfò definitivamente la linea di Mao Zedong, il quale venne eletto presidente del Comitato Centrale dal VII Congresso del Partito, che peraltro si svolse a Yenan, tradizionalmente una base rossa vicina alle posizioni di Mao.
Nel luglio 1946 ricominciò la guerra civile, ma l’Esercito Popolare di Liberazione riportò vittorie decisive sull’Esercito Rivoluzionario Nazionale di Jiang Jieshi, il che portò all’occupazione di Pechino nel gennaio 1949 e alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese il 1º ottobre.
marcia
Dopo la presa del potere, il PCC continuò ad esercitare un peso considerevole nella politica cinese, essendo il partito unico nel governo e anche perché, nell’idea marxista-leninista dello Stato, un paese socialista deve essere retto da un partito comunista.
Il PCC tenne rapporti amichevoli con tutti i partiti comunisti del mondo, fino al 1956, quando si delineò la crisi sino-sovietica.
Mao rifiutò il rinnegamento di Stalin da parte di Nikita Krusciov, nuovo leader dell’URSS, e i contrasti fra i due partiti portarono ad una vera e propria rottura politica. Mentre i partiti comunisti “classici”, come quello italiano e quelli del Patto di Varsavia, rimasero dalla parte di Mosca, altri (che vennero a crearsi dalle scissioni dai suddetti) si schierarono con la Cina criticando il revisionismo sovietico.
Nel 1966, venne lanciata la Grande rivoluzione culturale proletaria contro i borghesi infiltrati nel Partito e nello Stato. Le guardie rosse si mobilitarono contro il revisionismo di destra (identificato in Liu Shaoqi – detto il Krusciov cinese – e Deng Xiaoping) e il revisionismo di sinistra (Lin Biao). Si creò una grande mobilitazione in tutto il paese e gli stessi quadri e dirigenti del PCC mutarono, mentre tutto il Partito si lanciava nella critica del revisionismo interno (Liu e Lin, appunto) ed esterno (l’URSS). In numerosi casi locali, nella prima fase della Rivoluzione culturale, i comitati di partito vennero disciolti e restaurati più volte, fino al 1969, quando il IX Congresso Nazionale del Partito riordinò la situazione.
La Rivoluzione culturale terminò dopo la morte di Mao, quando il suo successore, Hua Guofeng, dichiarò conclusa l’esperienza.
Verrà definitivamente ripudiata e criticata da Deng Xiaoping all’inizio degli anni ottanta.
Dopo una breve parentesi che vide Hua Guofeng presidente del Partito fu Deng Xiaoping a controllare il Paese e il Partito a tutti gli effetti. Alla sua aspra critica a Mao e alla Rivoluzione culturale fece seguito l’avvio del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ovvero l’apertura al libero mercato che, secondo Deng, era possibile anche all’interno di un regime socialista. Ciò comunque incontrò una certa ostilità all’interno del PCC stesso,ma la linea tracciata da Deng è quella che oggi ha portato la Cina al boom economico.
Infatti su questa “strada”creata da Deng ha proseguito il suo successore Jiang Zemin e favori un’apertura ancora maggiore al libero mercato, provocando al contempo una forte crescita economica, ma anche nuovi e sempre più acuti squilibri sociali. In particolare l’elaborazione teorica di Jiang – le “tre rappresentanze” – permisero anche ai proprietari e, quindi, ai “borghesi” di entrare nel Partito. Sotto Jiang avvenne anche una sorta di “alleggerimento” ideologico che permise di riaprire stabili e, per certi aspetti, proficui contatti con il Guomindang a partire dal 2003.
A Jiang successe la cosiddetta “quarta generazione”, diretta da Hu Jintao, il quale si trovò davanti un’economia in impetuosa crescita, la cui gestione caotica aveva però dato vita agli squilibri e alle tensioni sociali di cui sopra si è già parlato. Al XVII Congresso del Partito, tenutosi nel 2007, Hu fece passare la propria “prospettiva scientifica sullo sviluppo”, mirante a creare una “società armoniosa” e che mira quindi a mantenere le riforme pro-capitaliste ma in modo più ordinato del passato.

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